1, 2007
 
Wunderkammer    
 


Antonio Piazza

I Castelli in aria - Articolo VI: Le dediche

a cura di Paolo Rambelli



Un povero Poeta, non isprovveduto d'immaginazione e talento, ma combattuto da quella sorte, che suole sempre essere contraria alla gente di quella professione, si cacciò in testa il pensiero di cangiar stato, col dedicare le Opere sue a dei Soggetti riguardevoli. Finalmente, ei diceva, estinta non è delli Mecenati la razza; gl'ingeni sempre abbandonati non sono, e non mancano mai delle mani benefiche, che al suono dell'oro fanno risvegliare le Muse. Chi mi darà una tabacchiera, chi un oriuolo, chi un anello, o altra cosa, di prezzo non ordinario. Li regali che mi verranno in danari, tali saranno da farmi vivere agiatamente. E poi non avrò bisogno di spendere per mangiare. Sarò, ora alla tavola dell'uno, ed ora a quella dell'altro. Villeggiature, conversazioni, divertimenti, padronanze, aderenze. Nulla mi mancherà. Chi vorrà qualche servizio ricorrerà a me. Sarò giovevole agli altri, beneficherò me medesimo, e la mia sorte sarà invidiata. Oh sia pur benedetto il sapere qualche cosa nel mondo! Gli artigiani, e la turba delle servili persone, non guadagnano mai che il semplice vitto, e faticano dalla mattina alla sera. Noi, con quattro righe, facciamo sovente la nostra fortuna, e oltre dell'oro guadagniamo anche la stima pubblica, che mi pare sia qualche cosa. Mò benedetta Poesia! Mò benedetto sia pure il mestiero delle Lettere! Esce in luce la prima sua Opera, sotto gli auspizj faustissimi di un Cavaliere, che aveva accordata la dedica, con moltissima soddisfazione, e domandato consiglio, ad alcuni suoi amici, per bene regolarsi nel dono, che far doveva al Poeta. Questo meschino, che seppe la sua intenzione, non risparmiò spesa, sperando di raccogliere più, quanto più seminava. La finezza della carta, le legature, i fregj, e l'oro, che hanno adornato le copie presentate a quel Cavaliere, gli costarono molto, attesa la povertà del suo stato. Quel Nobile benignissimo accettò la offerta con un'umiltà, con un aggradimento, che consolava. Onorò l'autore di un bacio suo nobilissimo, se lo strinse al seno, e gli disse cose bellissime, cioè: che il suo Palazzo era a di lui disposizione, che alla sua tavola vi sarebbe stata sempre una posata anche per esso, e gli esibì il patrocinio suo, la sua fratellanza. Per voi, gli disse, non ci dev'essere anticamera; vi fo mio amico da questo punto, e trattarci dobbiamo confidentemente. Di notte, di giorno, a qualunque ora, in qualunque tempo, venite quì, che siete più che padrone. Se vorrete qualche carica m'impiegherò per voi, colla stessa premura, che avrei per me medesimo, e ve la farò ottenere. Contate sopra di me, in qualunque vostra occorrenza. Non temete mai che queste mie sieno espressioni di posa, o cerimonie di lingua: ma siate sicuro che sono veraci sentimenti del sincero mio animo. Intanto penserò a farvi quel regalo che meritate, e ch'esser non deve confuso nel numero degli altri miei promessivi benefizj. L'Autore partì contentissimo, stordito da tante belle promesse, e commosso da un'umanità così dolce. Ritornò cento volte dal verboso suo Mecenate, ma non fu ricevuto dieci nemmeno. Del regalo non si parlò più. A pranzo non fu mai più davvero invitato. Lo pregò più volte di interessarsi in un affare di sua molta premura, ma non ottenne che delle vane promesse, e finalmente si accorse che i sudori suoi e le sue spese, altra mercede non potevano sperare, oltre di quel nobilissimo bacio, e di quelle carezze rispettabilissime./span> Compiuta la seconda sua Opera gli si presenta l'incontro di dedicarla a un Milord, che per i vizj suoi spendeva senza misura. Oh qui sì, egli disse, che io farò buona giornata! Gran Inglesi! Gran Inglesi! Essi sono veramente generosi, altro che gl'Italiani! Per Bacco, non darei la utilità di questa Dedica, per venti zecchini nemmeno. Milord Inglese e tanto basta. Arriva il giorno tanto da lui sospirato, nel quale alcuni suoi creditori avevano fissato il limite alla benigna lor sofferenza. L'Inglese loda il Libro, loda la Dedica, la legatura, il buon gusto con cui coperti sono i volumi a lui presentati, e dice all'Autore che torni domani. Questi lusingasi ch'egli abbia preso tale tempo per fargli un presente veramente da grande. Oh certamente, disse tra sé, questa volta viene qualche cosa di grosso: ma non ci fu né grosso né sottile; perché nel giorno seguente, quando andò per visitarlo, trovò che l'Inglese era partito, senza ricordarsi, o senza punto curarsi di lui. Questi due esperimenti bastar gli dovevano per comprender quanto sieno profittevoli al giorno d'oggi le Dediche, e di quale carattere sieno i Mecenati de' nostri tempi. Ma la speranza è il sogno di quei che vegliano; e questo sogno era per lui troppo dolce, per isvegliarsi sì presto. Voleva egli difatti pubblicare la terza Opera, senza dedicarla ad alcuno, e lo avrebbe fatto, se un di lui amico consigliato non lo avesse di consecrarla ad un Cavaliere, che passava per generoso, ma colle lettere non aveva dimestichezza veruna. Chi sa, diceva il Poeta, che io non la indovini, più che con gli altri, con questo? Quelli, che non ne sanno, sogliono avere più cuore dei dotti. Egli è opulente, è generoso; oh questa volta il diavolo non ci dovrebbe metter la coda. Compiuta la stampa, l'Autore spende senza risparmio per farsi onore, e và a presentare i suoi Libri. Trova il Cavaliere affacendato con de' Mercanti, che ordina, dispone, comanda, e profonde dell'oro per assicurare le sue conquiste amorose, e tentarne di nuove. Vede passare rassegna dinanzi lui una truppa di sarti, di parrucchieri, di cuochi, di giojellieri, di mezzani, e tutti partire contenti, per avere ricevuto denaro. Lo sente parlare di mille zecchini, come farebbe una donnetta di un soldo: ordinare per la tavola, per vestirsi, o per trarsi qualche capriccio, delle spese da Principe; gli vede anelli ne' diti di estraordinaria grandezza, e una borsa in mano, ripiena d'oro, ch'era un carico da facchino: calcola falsamente da' gradi della ricchezza sua, i gradi della sua generosità, e comincia a contare sullo sperato regalo, come se in tasca lo avesse. Viene il caffè, e l'Autore riceve l'altissimo onore, di beverlo col suo Mecenate, il quale prendendolo a sorso a sorso, dà qualche occhiata a i presentatigli Libri, e si appaga di vederli riccamente coperti. Domanda da quale librajo si vendono, gli viene risposto dal tale; soggiunge di averne bisogno, e il Poeta si offerisce di portargliene altre dodici copie fine, legate in pergamena. Così fu. Lascia al suo palazzo il fagottino con questa seconda offerta, và in traccia del Nobile generoso lo trova, lo avvisa di averlo servito, e resta largamente rimunerato, con un: vi ringrazio. Un altro suo libro comparve alla luce, sotto gli auspizj gloriosi di un amabile Cavaliere. Anche in questa occasione, il Poeta allargò la mano, perché la esterna magnificenza dei volumi presentati, fosse degna del Mecenate, che doveva riceverli. E veramente il medesimo pienamente restò soddisfatto, e prese tempo per istudiare il modo di compensare nobilmente l'Autore. Consultò la sua Famiglia, e gli amici suoi, per procedere in quella occasione, da Cavaliere. Chi lo consigliò a dare l'una, chi l'altra cosa. Molti gli dissero che per farla da grande, non doveva dar nulla. Egli tenne la via di mezzo, e il regalo suo fu alcune libbre di cioccolata sopra una guantiera d'argento, che il portatore della medesima ritirò subito dalle mani del Poeta. Questi, per acchetare i suoi creditori, li condusse ad uno ad uno, nel suo scrittojo, e finchè ce ne fu, li saziò di cioccolata, in pezzo e in bevanda, e li fece tacere. Parve disingannato, dopo tante prove alle quali egli si era esposto; e lo dimostrò dedicando in appresso altra sua Opera, ad un suo parente, che lo aveva beneficato. Fu quella la prima volta che lodò, chi lo meritava, e che disse il vero. Non restò in quell'incontro né deluso, né malcontento; perocchè aveva soddisfatta la sua gratitudine, e non tentata la sorte. Instancabile nel proprio mestiero compilò un altro libro, e mentre lo diede al torchio, s'abbattè in un amico suo, che la proposizione gli fece di dedicarlo. Non voglio altre Dediche, egli rispose. Quel libro, e quella cioccolata, che mi venne in dono, mi costano troppo. Sia maledetto pure il momento, nel quale ho conceputa la speranza di fare, per questa strada, la mia fortuna. Ah, gli soggiunse il suo amico, se conosceste il personaggio che per Mecenate propongovi, non parlereste così. Egli ha un cuore da Cesare. Che anima grande! Che nobili sentimenti! Fidatevi di me, che sò con quale fondamento io ragiono. La speranza tornò lentamente ad insinuarsi nel cuore di quell'Autore sventurato. S'arrese ai consigli dell'amico suo; scrisse la Dedica, e la presentò manoscritta a quell'anima nobilissima, che veniva in essa lodata, e che vederla voleva, prima che si desse alla stampa. Non interamente contento delle lodi che l'Autore date gli aveva, quel nuovo magnanimo Mecenate, ne aggiunse alcune di proprio pugno, rifacendo, in alcuni siti, quella Epistola dedicatoria, e riducendola, a norma dell'amor proprio, che in lui esigeva moltissimo. Il Poeta andò in collera, e non voleva soffrire che alcuno ponesse mano ne' scritti suoi, ma s'acquetò sulla speranza di mettere la sua compiacenza ad un profitto considerabile. In fronte alla Dedica egli fa stampare in rame lo Stemma del suo Mecenate; compera della carta finissima, per quel numero di copie destinate al medesimo; le fa legare in pelle di varj colori, e adornare di fregj d'oro; fa dorare le carte delle medesime, nelle loro estremità, e si aggrava di una non picciola spesa, tenendo di trovarsene in fine contento. Chi gli offeriva sei zecchini, chi dodici, per avere la sua utilità. È probabile che nessuno avrebbe fatto davvero, se la proposizione veniva accettata. L'Autore però non avrebbe ceduto per così poco, i suoi dritti. Giunse anche questa giornata, in cui aveva egli raccolte tante belle speranze. Fu ricevuto da quel gentilissimo Personaggio, in uno stanzino arredato con tanta splendidezza e buon gusto, che pareva un luogo d'incanto, un asilo d'amore, un'abitazion delle Grazie. Fu servito di perfettissima cioccolata con vaniglia in tazza d'argento, fu ammirato, applaudito, lusingato di molto, ma partì com'era andato, vale a dire senza un soldo in saccoccia. Ogni volta che, a norma dell'accordato, egli ritornò per conseguire la mercede promessagli, un cameriere, colla più buona grazia del mondo, gli diceva che il suo Padrone, o era escito, o stava poco bene, o aveva qualche visita di riguardo, o non lo poteva accettare. In modo tale, questo generosissimo Signore, si rese invisibile agli occhi suoi, e il Poeta meschino impiegò lo spirito e il denaro, senz'averne altra ricompensa, che quella di vedere le deliziose sue camerette, e di bevere una cioccolata con vaniglia, in tazza d'argento. Chi detto allora gli avesse, che dopo tanti sì dannevoli tentativi, si sarebbe egli arreso agli altrui consigli, per farne qualche altro di nuovo, lo avrebbe al maggior segno irritato; eppure così seguì. Era già stampata una nuova sua Opera, e stava per essere in vendita esposta, allorché a fin di bene, un suo amico, gli chiese, a chi dedicata ei l'avesse. A nessuno, ei rispose, e se mille ancor ne facessi, tutte io le pubblicherò senza dedica. Sono troppo avvertito dalla mia passata esperienza, per non pregiudicarmi di più. Quell'uomo dabbene, che di giovargli bramava, amico, gli disse, fate a modo mio, e a benedire mi avrete. Componete subito una dedica, fatela stampare, ponetela a suo sito nello stampato libretto, e lasciate poi fare a me. Non aveste sorte cogli uomini? L'avrete colle Donne. È una Femmina il Mecenate che io vi propongo. La ricchezza di sua famiglia, la nobiltà particolare de' suoi sentimenti, m'assicurano che sarete largamente ricompensato. L'Autore si meravigliò, ed esitò lunga pezza prima di risolvere. Ma quel maledetto bisogno che combatte il sentimento con tanta forza; li stimoli del suo degno amico; e la speranza ingannevole, che tornava a solleticarlo, l'hanno indotto a fare anche questo esperimento novello. Scrisse la Dedica, e in poche ore stampare la fece; la distribuì onde fosse annessa alle copie; ne fece legar alcune con magnificenza, e gli venne prescritto il tal giorno per presentarle. Seppe che quella Dedica piacque alla Donna, e a tutta la sua famiglia, e che gli fu destinato un dono di sei zecchini, picciola cosa in confronto della utile benevolenza della casa. In contrario cosa poteva mai nascere? Pure anche quella volta il Diavolo vi mise la coda. Qualche sciocco che faceva autorità sull'animo di quella femmina pretese di ritrovare, in quel libretto, alcune cose troppo al di lei Sesso oltraggiose. La persuase, e questa sdegnò di ricevere il Poeta, e la offerta sua, dopo che assegnata gli venne la tale ora per presentarla. Questo infelice, che in quell'incontro aveva operato con un sì gran contraggenio; che si era affaticato, come un cavallo, per condurre a fine la impresa in poche ore; che venne assicurato della mercede; trovandosi ingannato, nel momento di coglierla, montò sulle furie, e disse quanto in bocca gli venne. A mente serena confessò poi di aver trovato in quella sventura il castigo che meritava. Io non doveva mai, egli disse, mendicare un regalo da una Vecchia faccendiera, ch'essendo interessata nel governo economico di sua famiglia, risparmia per professione, e in conseguenza doveva cogliere qualunque pretesto, per non darmi il regalo. L'ultimo delirio da lui provato, e quello che più degli altri tutti gli stà a cuore, è il seguente. Raccomandato da tre lettere compitissime ad un Cavaliere, che ha fama di generoso, e che si distingue per il buon gusto, e la sua splendidezza, ottenne da lui la permissione di dedicargli una composizione poetica in lode di un bravissimo musico, ch'era la sua tenerezza. Mai più la speranza era stata sì forte nel cuore di quell'Autor sventurato. Si fidava nelle raccomandazioni che lo avevano accompagnato, nell'assenso accordatogli prima di cominciare la stampa, e nella riputazione di grande e cortese, che aveva quel Cavaliere. Stampata la sua Operetta, ne presenta al suo Mecenate un competente numero di copie adornate quanto meglio potevasi, e dona il restante delle medesime, parte al musico lodato, con tutta la ragione, e parte alla Nobiltà di quella Cittade. Leggesi quella composizione, e piace. Il Cavaliere ringrazia il Poeta, lo applaudisce, e gli ordina di tornare per conseguire la ricompensa dovuta. Ci torna moltissime volte, ma passa un mese prima che gli venga accordato l'onore di un'altra udienza; e intanto il meschino, essendo fuori del suo Paese, consuma tutto il denaro che ha, per mantenersi decentemente. Finalmente, questo sospirato momento è giunto. L'accoglienza fattagli dal Cavaliere, fu eguale alla prima ed alla seconda, vale a dire seria un po' troppo. Non gli si ordinò di sedere, né gli venne esibito neppure un caffè; e tutta la mercede ottenuta da lui si ridusse alle seguenti parole, che maestosamente quel Cavaliere gli disse, e che gli sono rimaste scolpite nel cuore: Poco non si conviene al suo merito, molto dare io non posso, laonde non mi resta che ringraziarla ed esibirle quelle copie che mi sono rimaste, se le vuole indietro. Non ebbero migliore risposta di questa le rimostranze del Poeta, per manifestare i suoi danni, e per mettere in vista la mancanza che faceva a sé stesso quel Personaggio autorevole, onde gli convenne partire disperato e confuso. Niente ci volle di più, per aprire gli occhi davvero, sopra la sua illusione, e non serrarli mai più. Toccò con mano, che mendicare il favor dei Grandi colle Dediche, e lo sperare qualche fortuna con un tal mezzo, è un fabbricare, sognando, de' castelli in aria, che non hanno il menomo fondamento. Si chiamò in capo mille imprecazioni poetiche, se si fosse arreso mai più alle solite ingannatrici speranze, e piuttosto che correre di nuovo il rischio di tessere qualche panegirico a de' viziosi, giurò d'imitare M. Furetier che dedicò al Boja di Parigi le sue letterarie fatiche. Esaminando la propria coscienza si ritrovò meritevole delle sue sventure. La fama mentitrice, la povertà del suo stato, la speranza, l'amicizia, i consigli, l'hanno replicatamente sedotto. Se non ebbe l'anima forte abbastanza per essere di tali seduzioni maggiore, ebbe almeno la prudente docilità di confessare la sua debolezza, e di condannare in sé stesso la viltà d'encomiare alla cieca per isperarne mercede. Da questa sua confessione nacque il proponimento sincero di non errare mai più, e di non cercare la grandezza dell'anima, in quella del sangue. In prova di ciò la ultima sua Opera, ch'egli ha pubblicato, comparve dedicata al più degno de' suoi amici, e il più magnanimo tra tutti i di lui benefattori. In confronto del suo merito, furono scarse le lodi dall'Autore impiegate nella sua lettera dedicatoria; perocch'egli conosceva troppo la modestia del suo amico, né voleva offenderla. Ebbe la compiacenza onorata di avere in quell'occasione, non fatto un dono al vizio, ma reso alla virtude un omaggio; non procurato a sé un benefizio, ma resi li dovuti ringraziamenti, per i benefizj ricevuti, da un cuore ammirabile per la sua generosità. Confermato sempre più nella sua sana risoluzione, le altre di lui Opere che vedranno la luce, o non avranno dedica alcuna, o porteranno in fronte de' nomi rispettabili, non per la nascita o la fortuna, ma per un merito vero. Si tace il Paese dove questo sventurato Poeta sperimentò un destino tanto contrario; e soltanto si accerta essere questo fuori d'Italia; perché in Italia, madre e nudrice degl'ingegni, la Nobiltà non è sì male educata, che si gonfi di elogj, e se li procuri alle spese altrui, accettando offerte, dai poveri Autori, che costano sudori e soldi, per ricompensarli con un vi ringrazio, o al più, con un caffè, o una cioccolata.





Nota

Per gli uomini di lettere della seconda metà del Settecento i paratesti in generale, e le dediche in particolare, costituivano i luoghi privilegiati della riflessione e del confronto (non di rado acceso) sulla trasformazione in atto dei modelli culturali, e quindi anche dei rapporti di produzione e di consumo della letteratura. Non desta quindi stupore che un romanziere come Antonio Piazza (Venezia 1742 - Milano 1825), che visse in maniera drammatica il passaggio dalla cultura dell'ancient régime a quella post-rivoluzionaria (come ci rivela nei Lamenti della disperazione editi a Venezia, presso Vincenzo Ricci, nel 1819), abbia elevato questa pratica a vero e proprio tema letterario, facendone l'argomento principe di uno dei sette 'articoli' (sei racconti ed una lettera) raccolti ne I castelli in aria, ovvero raccolta galante di alcuni fatti su tale argomento scritta per piacere di chi la scrisse e pubblicata per chi vorrà leggerla, edito «dove si lascia stampare anche delle cose che sono vere, alla Insegna del Pregiudizio superato dalla Ragione, nel declinare del secolo illuminato». Mentre il luogo di stampa rimane dubbio (Venezia?, dove la raccolta fu anche ristampata nel 1784 da Bassaglia), l'anno di edizione più probabile appare il 1773, stante la dichiarazione dello stesso Piazza nell'avviso Ai leggitori dell'Amor tra l'armi («Stimo in oltre mio dovere l'avvisare questi cortesi Leggitori dell'Opere mie che io sono attualmente impegnato nella composizione de' Castelli in aria: Romanzo da me promesso al Pubblico, il quale secondo tutte l'apparenze sortirà dal Torchio poco dopo il presente», Venezia, Fenzo, 1773, p. XIII), avviso che rivela anche la funzione programmatica assegnata a Castelli in aria di concludere l'esperienza narrativa per lasciare campo a quella drammaturgica: «Compiute in tal modo le mie obbligazioni ho pensato di non iscrivere più Romanzi. Il genio mio e le mie speranze mi diriggono al Teatro. [...] Spero che li benigni Leggitori delle cose mie vorranno continuarmi la loro parzialità nella nuova carriera in cui sono entrato» (ibid). È d'altra parte vero che Piazza aveva già fatto un'analoga promessa - evidentemente non mantenuta - al proprio pubblico l'anno prima in calce a Le stravaganze del caso (Bergamo, Locatelli, 1772), come segnala Giambattista Marchesi nel suo spesso impreciso ma sempre fondamentale studio sui Romanzieri e romanzi del Settecento: «Io non mancherò di qui dare alle stampe anche [] I castelli in aria, che sono desiderati da tanto tempo da tutti quelli che [] guardano con occhio di parzialità le produzioni dell'infelice mia penna». Al gioco dissimulatorio non si sottrae neanche la figura dell'autore, che lo stampatore, rivolgendosi Alla curiosità di chi legge, cela nelle parole: «Mi è capitato questo Libretto manoscritto alle mani, senza sapere chi ne sia l'Autore, né conoscere le Persone che (mi pare) aver egli prese di mira, scrivendo». Capire chi fossero queste «Persone» non doveva rappresentare, in realtà, un compito eccessivamente complesso, soprattutto per i contemporanei, che non faticarono certo a riconoscere nei protagonisti de Il Dervis e de La poetessa le personalità di Giovanni Antonio Rubbi ed Elisabetta Caminer Turra. Più difficile poteva risultare, invece, l'identificazione dei bersagli del racconto Le dediche, che passa in rassegna ben 7 casi diversi di mancato rispetto della parola data (o lasciata intendere) ai danni del protagonista. Il racconto vuole d'altra parte mettere alla berlina la pratica stessa della dedica con funzione economica, e quindi non è detto che sia sempre possibile individuare l'occasione specifica all'origine dei singoli aneddoti. Ci è sembrato comunque possibile riconoscere almeno un paio di mecenati «di lunga promessa con l'attender corto», cioè James Caulfield di Charlemont e Benedetta Clara Bonfil, ma per le ragioni di questa identificazione preferiamo rimandare chi legge all'intervento su Autori e lettori nel secondo settecento. Il caso di Antonio Piazza raccolto in I margini del libro, a cura di M. A. Terzoli (Roma-Padova, Antenore, 2004, pp. 239-62), lasciandolo per ora al piacere certamente maggiore della lettura del racconto di Piazza.

P. R.