13, 2019
 
Wunderkammer    
 

Giovanni Bardazzi

Ringraziamento



Cari amici, l’avete sentito dalle parole di Antonietta [Terzoli], di Francesca [Serra], di Roberto [Leporatti], di Marco [Sabbatini]: siamo agli sgoccioli. Suona ormai per me l’ora della miscellanea. «Fugit retro / levis iuventas», con quel che segue. Orazio è implacabile nella diagnosi: ‘dietro a noi / fugge la gioventù lieve di grazie’, e arriva in un attimo l’«arida canities». Prima di sperimentarlo sul nostro corpo attraverso l’incalzar dei decenni, i poeti ce l’hanno spiegato bene, ci hanno avvertito con largo anticipo fin da quando eravamo, ragazzi, sui banchi del liceo (almeno i licei di qualche decennio fa): «fugaces, Postume, Postume / labuntur anni». Anche il Parini, come tutti, a un certo punto dovette rassegnarsi: «Volano i giorni rapidi / Del caro viver mio: / E giunta in sul pendìo / Precipita l’età». Ma non facciamoci prendere troppo dalla malinconia: «Che far? Degg’io di lagrime / Bagnar per questo il ciglio? / Ah no; miglior consiglio / È di godere ancor». E allora godiamo, godiamo dei residui privilegi della senectus, e in particolare di questo volume meraviglioso che la benevolenza di molti (cooperante e congiurante nel silenzio) ha voluto troppo generosamente indirizzarmi. L’omaggio, inaspettato, mi ha fatto un piacere che, come direbbe Dante, «significar per verba / non si porìa»; e mi ha commosso davvero. L’ho ricevuto qualche mese fa; ma continuo a risfogliarlo, a rileggerlo, a soppesarlo, a rigirarmelo tra le mani, per farlo davvero mio nello spirito e nella materia: scorro con il pollice il taglio laterale, sfioro la liscia copertina di un blù intenso, dove campeggia un nome che mi imbarazza. Né mi sono ancora assuefatto all’idea che, sullo scaffale della biblioteca, tra i mélanges per D’Arco Silvio Avalle e quelli per Giorgio Baroni, si incunea d’ora in poi anche la poderosa costola della miscellanea a me dedicata. Generosa e davvero immeritata varietas, di secoli, autori, questioni, per me, scrittore di non molte pagine: qualcuna sui nomi a me cari di Manzoni e Montale, compagni di una vita; poche sul Rinascimento; pochissime su altro. Debbo davvero augurarmi che la parsimonia quantitativa appaia, almeno un po’, compensata da un qualche pregio qualitativo. La sorpresa, dicevo, permane intatta. E, intorno alla sorpresa, altri sentimenti si cristallizzano. Quando, prima dell’estate, lo seppi, «il violento fiume / De’ trattenuti affetti / Tutto allor m’inondò. Stupor, contento, / Gratitudine, amor, téma, disio». Le parole sono − l’avrete capito − quelle di Metastasio. Sostituito ovviamente il melodrammatico «amor» con una più congrua miscela di amicizia e di affetto entro un legame reciproco con tante persone, conosciute in tempi e in ambienti diversi, il resto esprime in tutto e per tutto − attraverso i vocaboli del poeta cesareo − quel che io sento: «stupor» (la sorpresa per un inopinato regalo), «contento» (la contentezza che ne deriva), «téma» (il timore di non esserne degno), e infine «disìo» (il desiderio, la curiosità, la bramosia direi, di scoprire che cosa il dono contenga). Nella serie, vi è menzionata anche la gratitudine. La cito per ultima; ma vorrei conferire a questo sentimento un ruolo dominante: metterlo al primo posto, renderlo palese in pubblico, conferirgli la funzione di un consuntivo di vita − consuntivo, almeno, professionale − che l’anagrafe, impietosa, mi impone. Gratitudine, prima di tutto, per i promotori e coordinatori di questo regalo plurimo, i miei cari Georgia Fioroni e Marco Sabbatini; e gratitudine per gli amici, tantissimi, che hanno voluto onorarmi di un loro scritto, consacrandomi immeritatamente tempo ed energie: amici di Ginevra, di Svizzera, dell’Italia. Ma di uno, almeno, tra i contributori, permettetemi di pronunciare il nome: quello di colui che, nel segno di Dante, apre la raccolta: Giuliano Tanturli. Giuliano è scomparso mentre la miscellanea veniva allestita. Ho ragione di credere che le pagine sue siano state tra le ultime da lui scritte. Non posso che leggerne e rileggerne con commozione le prime frasi (che sono poi le prime frasi del libro intero, quasi a determinarne miracolosamente il registro): dove il discorso pubblico mi si trasforma subito, quasi, in una lettera tutta personale e privata, ex intimo corde: «Forse, caro Giovanni, questa che ti offro […]». Non procedo oltre. C’è un diaframma davvero sottile − voglio dire − che separa noi che (per poco) siamo ancora, da coloro che non sono più. Le parole di Giuliano, in una offerta che viene così da lontano ed è a un tempo così vicina, mi giungono densissime ed erudite: come sempre; ma anche, ora, trasparenti e luminose, come purificate da ogni materia. Altri volti, all’insegna della gratitudine per uno scambio più o meno protratto ma sempre intenso, affiorano − nel ricordo − da quella strana dimensione che non è ancora la nostra e che tuttavia ci circonda e ci attende: i volti, a Losanna, di Marco Praloran e ancor prima di Antonio Stäuble; a Friburgo, di padre Giovanni Pozzi; a Neuchâtel, di Remo Fasani e di Giovanni Cappello; di Michelangelo Picone a Zurigo; e infine, a Ginevra, di Fernando Bandini e di Guglielmo Gorni. Un rapporto particolare mi lega a Guglielmo (il presente assume, qui, tutta la sua pregnanza, nell’ideale sincronia che la memoria produce): con lui ho condiviso giorni e anni di lavoro, da lui − maggiore d’età ma soprattutto di esperienza e sapienza − ho ricevuto stimoli e suggerimenti; e a lui in gran parte va il merito, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 − lo ricordo ai più giovani − di aver rifondato su basi solide l’italianistica ginevrina, aprendo quella strada di impegno operoso che si percorre ancor oggi. Gratitudine per gli allievi che ho avuto e per i colleghi con i quali ho condiviso le fatiche quotidiane del servizio permanente effettivo; ma gratitudine anche per i maestri che tanto mi hanno insegnato (e forse anche gratitudine, tutto sommato, per il momento in cui mi sono trovato a esser giovane). Non fui, da matricola presso l’Università di Firenze, scalmanato sessantottino; certo no. Ma vissi in quel clima: l’eskimo soppiantò la giacca e la cravatta del buon liceale, barbe fiorirono sui volti glabri. Di quel clima, avvertii l’effetto di forte cesura: nel costume, nell’impegno lato sensu politico, nelle letture: pullulanti, allora, di tumultuosa saggistica: antropologia, ambiente, sociologia, psicanalisi, strutturalismo (con le sue ricadute sulla critica letteraria): i titoli, insomma, quando si voglia averne ora un’idea, che affollavano il catalogo (per la mia generazione fondamentale) del Nuovo Politecnico (o anche dei Paperbacks) Einaudi. Perfino l’archeologia, alla quale inizialmente mi volsi (che era in realtà l’etruscologia rigorosa di Giovannangelo Camporeale), mi sembrò una disciplina nuova, fondata su basi materiali e dati positivi, tutta piantata sulle strutture dell’economia, senza alcuna concessione all’estetismo. Quanto alla letteratura, approdo definitivo − superato il crocianesimo e l’impressionismo della formazione liceale, pur importantissimi in quella fase primaria (e mi è caro qui menzionare il mio indimenticabile professore d’italiano e latino: Agostino Ammannati) −, i classici si oggettivarono subito nei referti della filologia (somministrata a dosi massicce: romanza, dantesca, umanistica: Rosanna Bettarini, Francesco Mazzoni, Alessandro Perosa, senza parlar del Latino e del Greco, tra gli estri imprevedibili di un Ronconi e le dure esigenze di un Barigazzi). Sui moderni e soprattutto i contemporanei, materia che percepivo meno intoccabile rispetto ai classici, e più malleabile, mi affascinava la possibilità di applicare in via sperimentale l’armamentario della semiologia o i diagrammi strutturalisti e scientificizzanti di «Strumenti Critici» (quel compatto e un po’ misterioso quartetto pavese, Avalle Corti Isella Segre, per me che ero incardinato a Firenze; quella copertina verde pisello, occhieggiante sui banconi di Seeber in via Tornabuoni, che sembrava celare di numero in numero chissà quale ricettario prezioso: il brivido del nuovo, rispetto alla compassata austerità degli «Studi di filologia italiana» derobertisiani: che percepivo tuttavia come vertice supremo, e inattingibile, della disciplina). Quando Martelli − che avevo iniziato a frequentare in parallelo con l’etruscologia − seppe che avevo letto La struttura del testo poetico di Jurij Lotman (acquistato, fresco di stampa, a Forte dei Marmi, luglio del ’72: vacanze studiose di una volta!), con mimica tipicamente sua, storse un po’ la bocca e mugugnò. Quel mugugno mi fece definitivamente capire che agli slanci semiotici e narratologici (tra Eco e Barthes) molto di moda in quegli anni, era bene mettere un po’ di zavorra, con principi più saldi e terragni di saggezza esegetica: che un metodo è buono quando è buono; che l’idea di polisemia del testo e di deriva del senso rischia di essere apertura all’arbitrio; che l’interpretazione della lettera è atto primario e fondante; che di uno scrittore − se lo si legge con intento analitico − bisogna leggere tutto, abbozzi compresi; che la cronologia, l’accertare che cosa dalla penna esca prima e che cosa esca dopo, è parametro prezioso; che la conoscenza della biografia (e insomma dell’ambiente e della cultura entro cui un autore opera, e delle esperienze che lo formano), in contrasto con l’idea fuorviante di una lettura ‘chiusa’, è proficuo e necessario sussidio. Erano i principi e le idee che ho visto applicare in concreto, da Martelli, su Lorenzo e su Machiavelli, su Foscolo e su Montale: a lezione, nel vivo del loro funzionamento; o già elaborati, e fatti risultato, sui fogli della macchina da scrivere in casa sua, dove spesso andavo, preso il 23: in via Kiev (chissà perché quel remoto toponimo), dalle parti di Bagno a Ripoli. Una cosa, nel ragionare di Mario Martelli, mi colpiva: la tensione geometrizzante, l’aspirazione a chiudere tutto in un ferreo cerchio dimostrativo, magari riassunto in una rapida formula. «Il buon geomètra di questo mondo» (tale il titolo dell’introduzione a Tutte le opere di Machiavelli, che lessi in anteprima, ventenne, 1970, su una copia dattiloscritta in carta carbone: «tieni, leggi», mi disse, senza tanti preamboli; e mi sentii onorato), è Machiavelli ma anche evidentemente lo stesso Martelli, nella volontà, appunto, di geometrizzare come si può questo mondo, di mettere un po’ d’ordine − anche a costo di qualche forzatura − nel caos dell’esperienza. Incontrai, dopo, Domenico De Robertis, che considero il secondo mio maestro fiorentino; e lui mi sembrò, subito, incarnare l’altro polo, quello dell’adesione alla complessità inesauribile e multiforme del reale: ne era il corrispettivo quella sintassi così complessa, avvolgente, ricca di subordinate, di incisi, di parentesi, di movenze correttive; tanto diversa da quella secca, scattosa, a volte addirittura perentoria, di Martelli. Da parte mia, ho la sensazione (con mezzi tanto miserevolmente inferiori rispetto ai maestri) di avere sempre puntato a un’ideale complementarità: tra il polo della cristallina strutturazione geometrica e quello della molteplicità e complessità e ricchezza dei dati e dei fatti (e l’evocato binomio Martelli - De Robertis ne sia pure l’emblema). Due modi diversi (ma forse, meglio: due attitudini psicologiche) per raggiungere un unico scopo: quello della comprensione piena dell’oggetto. Una costante mentale, in fondo, che − per riferirmi ad autori da me studiati − ho riscontrato operante in Manzoni, quando ad esempio (Morale cattolica) vede mirabilmente riunite in Sismondi la ricchezza dell’articolazione documentaria e l’astrazione speculativa (divago: sto lavorando alla Morale cattolica; e la tomba di Sismondi è nel cimitero di Chêne-Bougeries: cinquecento metri da casa mia, sull’itinerario di passeggiate quotidiane; se caso, destino, o Provvidenza, non so); o quando (Discorso sui Longobardi) immagina uno storiografo esemplare che abbia a un tempo i caratteri di Muratori e di Vico: l’erudizione sterminata dell’uno e la suprema capacità di sintesi dell’altro. Ma la vedo rispuntare, questa costante, in Calvino, quando parla, in una lezione americana e altrove, di tensione tra la «razionalità geometrica» (il buon geomètra di questo mondo, appunto) e il «groviglio delle esistenze umane», tra «razionalità scorporata» e «spazio gremito d’oggetti», tra «disegno geometrico» e «minuziosità descrittiva». Minuziosità descrittiva (e tendenziale esaustività dei dati), entro un disegno geometrico e dunque dentro una forma ben definita: come può essere l’esercizio, da me prediletto, della ‘lettura’: prospezione eseguita all’interno di confini precisi e con un esatto ritaglio dei margini. L’analyse de texte come piccola isola kantiana dell’intelletto circondata dall’oceano in tempesta, o come minima porzione dell’esistente cristallizzata in una forma e al tempo stesso vivente come un organismo. L’immagine è ancora di Calvino: che mi invita a guardare a questa minima porzione rischiarata dall’intelletto (attraverso l’operazione esegetica) come all’antidoto contro la peste del linguaggio (parole vuote, formule generiche, significati diluiti, solecismi pedestri di menti stolte), contro la perdita di forma che si constata nella vita (nella superficialità, nella vacua supponenza, nei gesti scomposti, nella dilagante cialtroneria), e contro − aggiungo − lo svanire della memoria: patologia gravissima e micidiale, che affligge ormai la società nostra. Prima di darmi alla letteratura italiana volevo far l’archeologo; ancor prima, alle medie, bambino o poco più, desideravo di far l’ingegnere. Mi piace pensare che il buon esegeta, martellianamente l’«interpres» (ché altro non è lo storico della letteratura), sia al tempo stesso ingegnere e archeologo: ingegnere per la razionalità combinatoria, l’esatto montaggio, la calibratura e calettatura degli elementi; archeologo per l’attenzione ai contesti perduti da ricostruire con pazienza, la tutela di quel bene prezioso che è la memoria, la cura intorno ai frammenti di un passato che genera, plasma il nostro presente, e gli dà senso. A questo ideale, che mi si è formato tra l’immaginazione dell’età prima e l’esperienza dell’età adulta, ho cercato di avvicinarmi: con quale risultato non so. Ma mi fa un po’ sperare l’affetto testimoniato dai vostri scritti, dalle vostre parole, dalla vostra presenza. E il grazie per voi si unisce alla gratitudine per coloro, maestri e amici, che vivono ormai nel ricordo. Grazie di nuovo, a tutti.
Ginevra, ottobre 2018

G. B.



Il testo che qui si pubblica per gentile concessione dell’autore è stato pronunciato all’Università di Ginevra il 3 ottobre 2018, durante la presentazione della Miscellanea di studi in onore di Giovanni Bardazzi (a cura di G. Fioroni e M. Sabbatini, Lecce-Brescia, Pensa MultiMedia, 2018). Si è conservata la forma colloquiale e informale propria dell’occasione e della presentazione orale.

M.A.T.